I miei 5 miglior film in costume.

Tutti gli amanti del cinema hanno un genere che li appassiona di più di altri e dopo anni e anni di visioni di ottime pellicole, ho affinato il mio gusto fino ad arrivare alla conclusione che i film in costume sono senz’altro il mio genere preferito.

Ma in che senso film in costume? Per gli appassionati non credo sia complicato identificare un film catalogato con questo nome.

Per chi di voi è un neofita dell’argomento, un film in costume è una pellicola ambientata in determinati periodi storici descritti in modo sommario e stereotipato, dove la componente storica appare solo come pretesto per contestualizzare la cornice estetica.

Adesso che credo di avervi chiarito le idee vorrei condividere con voi quelli che sono sicura possano essere i 5 miglior film in costume di tutti i tempi, iniziando dalla fine.

5. Jackie.

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Jackie è sicuramente uno di quei film che non a tutti può piacere, per la sua durata e la velata pesantezza che i dialoghi possono trasmettere. Ma se c’è una cosa da dover dire per certa su questo film è sicuramente lo straordinario talento di Natalie Portman e i costumi. Non sto dicendo che sono unici o all’avanguardia, perché semplicemente ricreano lo stile di quegli anni, ma nell’insieme creano quell’atmosfera di sogno che ovatta lo scandire del tempo concentrandoci solo sugli stati d’animo della protagonista.

4. Orlando.

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Orlando invece è un film che credo la maggior parte di voi non sappia nemmeno cosa tratti, e se così fosse posso solo consigliarvi di recuperarlo. Principalmente è una storia tratta da un romanzo di Virginia Wolf ambientato nel tardo XVI secolo, la regina Elisabetta I d’Inghilterra ordina al giovane nobile Orlando di non invecchiare mai. Orlando obbedisce. Decorato dalla sovrana come cavaliere dell’Ordine della Giarrettiera, hanno così inizio le sue avventure attraverso secoli di storia inglese, che gli permetteranno di conoscere una grande varietà di esperienze, tra cui anche nel XVIII secolo, un cambio di sesso spontaneo. E’ interessante e affascinante vedere come le epoche possano cambiare l’animo umano attraverso una costante crescita interiore.

3. Anonymus.

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Un altro film che ho visto un miliardo di volte, per quanto mi sia piaciuto fin dalla prima visione, è Anonymus. La pellicola si basa sulla controversia dell’attribuzione delle opere di Shakespeare, secondo la quale le opere del drammaturgo sarebbero in realtà state scritte da un aristocratico elisabettiano, Edward de Vere, diciassettesimo conte di Oxford. Viviamo le vicende del conte tramite la sua infanzia fino alla vecchiaia, vista attraverso gli occhi del poeta Ben Jonson e attraverso vari flashback.

2. Young Victoria.

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Questa pellicola l’ho selezionata principalmente per i costumi dei protagonisti e per la loro storia. Qualsiasi documentario o pellicola o “produzione visiva” che riguardi la famiglia reale inglese, dal suo inizio ai giorni nostri, mi intriga e mi affascina incredibilmente. Quindi non potevo non aggiungere a questa lista Young Victoria. Ovviamente tralasciando il fatto che Emily Blunt è assolutamente incantevole e dolcissima interpretando una giovanissima Victoria.

1. Maria Antonietta.

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E per ultimo ma non meno importante non potevo non includere Maria Antonietta. Pellicola diretta da Sofia Coppola che realizza una frizzante interpretazione pop della vita della sovrana francese. Io adoro alla follia questa pellicola, per la sua vena di ostentazione che porta al limite qualsiasi tipo di inquadratura o contenuto, da un paio di scarpe decorate con il merletto a un cappello con delle belle piume colorate. Tutto è rifinito nei minimi dettagli come anche le interpretazioni degli attori. Quindi anche questa pellicola non può mancare nella vostra libreria cinematografica.

Fatemi sapere nei commenti cosa pensate di questa piccola classifica e se la condividete insieme a me.

Come sempre spero che questo articolo vi sia piaciuto, a presto.

G.

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La fine di un “Filo Nascosto”.

Come epitaffio per l’eccezionale carriera di Daniel Day Lewis “Il Filo Nascosto” è senz’altro una pellicola che dimostra la sua bravura sia nella recitazione che nella sua abilità di artigiano.

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Il gusto per l’estetismo emerge in ogni singolo frame nel cinema di Paul Thomas Anderson, come secolari gocce d’acqua che alla fine sono in grado di formare un’enorme e scultorea stalagmite di pietra forte, slanciata, energica, destinata a durare in eterno e proiettata verso le pieghe del cielo.

E proprio come in una magica grotta, dove il dualismo tra stalattiti e stalagmiti si intreccia in involontarie opere d’arte naturali, nella cavernosa e oscura cinematografia di Paul Thomas Anderson torna a farsi vivo il tema a lui più caro, quello di un rapporto duale, morboso e insistito, ossessivo e insistente, ossessionante e incalzante.

L’ambientazione, la Londra degli anni Cinquanta, trova nel cinema di Anderson il modo di creare uno spunto di partenza capace di convincere lo spettatore che si possa trattare di un film storico. Si inventa un personaggio (e il relativo mondo interiore ed esteriore) e il suo marchio di moda, capaci di spingere lo spettatore (al termine della visione) a fare ricerche su nomi che in effetti non sono mai esistiti prima che uscissero dalla penna di uno dei più geniali registi viventi.

Lui, Reynold, severo, austero e silenziosissimo uomo, si prende cura di ognuna delle sue clienti come se le amasse intimamente, senza però prendersi cura di qualcuna in particolare; Lei, Alma, maldestra cameriera, si innamora del facoltoso sarto fino a diventarne musa, amante e prendendosi cura di lui in maniera quasi materna.

Entrambi i personaggi sono dotati di plasticità diverse tra loro, ma comunque non inferiori l’una all’altra, in un gioco complementare di equilibri e di alternanza nei ruoli, di manipolazioni psicologiche, in un continuo scambio del controllo che l’uno ha sull’altro. Non è un caso che a fronte delle caratterizzazioni “di facciata” siano messi in scena anche gli eccessi “privati” come l’ipertrofica voracità, la guida spericolata e le reazioni spropositate di Reynolds ne fanno trasparire un animo vulcanico, ben definito dallo sguardo teso e libidinoso dello stilista mentre è alla guida della propria auto sportiva.

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Questa plasticità si traduce in un amore puramente fisico e l’attrazione di Reynolds per la giovane Alma è apparentemente privo di quegli elementi che solitamente stanno alla base di un rapporto amoroso. Sembrano non esserci particolari interessi in comune, la differenza d’età è apparentemente notevole così come l’evidente differenza d’estrazione sociale. Si tratta di un amore malato, per le sue ossessioni e per come viene portato avanti il rapporto tra i due. Si tratta di un rapporto carico di inquietudini e tensione, un amore velenoso, un sentimento che lascia trapelare più un bisogno di controllo e possessione che di scambio. Un amore che può (portare a) far male, utilizzando metodi che solitamente richiamano l’annullamento di esso più che un suo rinvigorimento.

Le dissolvenze incrociate che caratterizzano spesso i cambi di scena sono mirabile metafora di una trama sartoriale. L’incrocio di fili capace di dare vita a uno splendido abito è la perfetta rappresentazione di quel che è il cinema di Anderson: un intreccio di inquadrature, sottotesti e prestazioni attoriali sublimi, capaci di dare forma a una confezione originale, nuova e assolutamente con pochi pari.
Le dissolvenze incrociate sono in grado anche di compiere salti temporali restando pur sempre nell’indefinitezza dell’ambientazione; si ha quasi sempre l’impressione di una a-temporalità e di una sospensione del passaggio del tempo, dando anche ai personaggi un alone fantasmagorico, oltre a una notevole commistione tra realtà e onirismo sulla linea narrativa.

E infine arriviamo al protagonista di una pellicola che (credo ormai abbiate capito) ho assolutamente apprezzato, un attore che non ha mai fatto del trasformismo la propria qualità migliore, ma che ha uno sguardo e un’eleganza capaci di farlo entrare nell’Olimpo dei grandi protagonisti, in grado di dare vita ad alcuni dei personaggi più memorabili della storia del cinema recente.

Due occhi penetranti e un’espressività unica fanno di Daniel Day Lewis uno dei pochi visi in grado di reggere il confronto con Marlon Brando, Mastroianni e Cary Grant e via fino a nominare tutti gli Dei del Pantheon cinematografico.

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Un’ombra di malinconia permea dunque tutta la visione del film, aggiungendo un filo di rimpianto a quell’estesa gamma di romantici sentimenti capaci di scaturire da un film che, però, oltre a tutto il resto, sa anche restituire una giusta dose di gratitudine, per esserci stati, per aver fatto parte di un’epoca dove i grandi artisti sono esistiti, dove il filo nascosto dell’eternità passa dalle cuciture e dalle pieghe della stoffa dei sogni del Cinema.

Come sempre spero che questo articolo vi sia piaciuto, a presto.

G.

La dolcezza della Forma dell’acqua.

Il genio visionario Guillermo del Toro racconta una fiaba gotica ricca di suggestioni fantasy e di una dolcissima storia d’amore.

Correndo in un periodo nel pieno della Guerra Fredda americana e incentrata su una giovane eroina senza voce, La Forma dell’acqua, ricrea in un’ambientazione surreale in cui un amore puro e dolce sboccia tra due esseri viventi esteticamente completamente diversi ma interiormente l’uno parte dell’altra.

La protagonista addetta alle pulizie, interpretata da una meravigliosa Sally Hawkins, sentendosi intrappolata in un loop solitario cerca disperatamente compagnia in una creatura anfibia intrappolata nel laboratorio in cui lei lavorava.

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Il film ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia 2017 ed è candidato a 13 Premi Oscar 2018.

“L’acqua prende la forma di tutto ciò che la contiene in quel momento e, anche se l’acqua può essere così delicata, resta anche la forza più potente e malleabile dell’universo. Vale anche per l’amore, non è vero? Non importa verso cosa lo rivolgiamo, l’amore resta sé stesso sia verso un uomo, una donna o una creatura.” 

Parla così del suo film, Guillermo del Toro, il regista messicano che non ha mai nascosto la sua passione per i mostri, per storie capaci di impaurire e incantare allo stesso tempo in cui chiunque si sia sentito emarginato e si potesse identificare.

Nelle mani di del Toro, questa trama è diventata una vera e propria storia d’amore, di un amore anche così dolce da scioglierti ma a tratti carnale che, per il regista, rappresenta la completa fusione tra due anime.

Per me è stato un film che mi ha attratta fin da subito sia per la sua parte estetica che rimanda molto a un lontano Bioshock, sia per le note tristemente dolci che ci accompagnano durante il film.

L’impressione che mi ha dato è che fino alla fine tutto rimane sfocato, come se contasse solo la storia tra la donna e la creatura, raccontando anche i particolari più intimi del loro rapporto sessuale.

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Incapace di percepire la forma di Te, ti trovo tutto intorno a me. La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo amore, umilia il mio cuore, perché tu sei ovunque.

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G.

BAFTA 2018 e i migliori look.

Prima della cerimonia degli Oscar anche gli inglesi hanno le loro premiazioni alle migliori pellicole del 2017, ma oltre a discutere di cinema c’è anche il red carpet!

Senza dubbio il dominatore assoluto di questi BAFTA 2018 è stato Tre Manifesti a Ebbing, Missouri. Martin McDonagh con ben cinque statuette vinte, fra cui quelle per miglior film e miglior attrice protagonista, a Francis McDormand, dimostra il grandissimo lavoro che è riuscito a trasformare in una pellicola interessante e coinvolgente. Ma per mia grande felicità come miglior regia è stato però Guillermo Del Toro con La forma dell’acqua, che si è portato a casa ben tre premi. Ho adorato La forma dell’acqua e Sally Hawkins nella sua interpretazione dolce e toccante che mette a nudo anche le nostre emozioni su un argomento così puro come l’amore.

Sicuramente dopo questi BAFTA 2018 saranno i due favoriti alla corsa per gli Oscar, trasmessi la notte del prossimo 4 marzo, ma durante la premiazione britannica ci sono stati anche alcuni colpi di scena a mio parere meritatissimi, come i premi tecnici a Blade Runner 2049 e Dunkirk, lontani dagli sguardi più eccitati ma meritevoli di attenzioni.

Per la scenografia non originale, ancora una volta meritatissimo per la delicatezza con cui ha trasposto dal libro alla pellicola questo lavoro, il premio va a Chiamami col tuo nome firmato da James Ivory.

Adesso un elenco dei vincitori delle principali categorie di questi BAFTA 2018:

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Miglior film
Chiamami col tuo nome
L’ora più buia
Dunkirk
The Shape of Water – La forma dell’acqua
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior regia
Denis Villeneuve, Blade Runner 2049
Luca Guadagnino, Chiamami col tuo nome
Christopher Nolan, Dunkirk
Guillermo del Toro, The Shape of Water – La forma dell’acqua
Martin McDonagh, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior film britannico
L’ora più buia
The Death of Stalin
God’s Own
Country
Lady Macbeth
Paddington 2
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior attrice
Annette Bening, Film Stars Don’t Die in Liverpool
Frances McDormand, Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Margot Robbie, I, Tonya
Sally Hawkins, The Shape of Water – La forma dell’acqua
Saoirse Ronan, Lady Bird

Miglior attore
Daniel Day-Lewis, Phantom Thread
Daniel Kaluuya, Get Out
Gary Oldman, L’ora più buia
Jamie Bell, Film Stars Don’t Die in Liverpool
Timothee Chalamet, Chiamami col tuo nome

Migliore attrice non protagonista
Allison Janney, I, Tonya
Kristin Scott Thomas, L’ora più buia
Laurie Metcalf, Lady Bird
Lesley Manville, Phantom Thread – Il filo nascosto
Octavia Spencer, The Shape of Water – La forma dell’acqua

Miglior attore non protagonista
Christopher Plummer, Tutti i soldi del mondo
Hugh Grant, Paddington 2
Sam Rockwell, Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Willem Dafoe, The Florida Project
Woody Harrelson, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior sceneggiatura originale
Get Out (Jordan Peele)
I, Tonya (Steven Rogers)
Lady Bird (Greta Gerwig)
The Shape of Water – La forma dell’acqua (Guillermo del Toro, Vanessa Taylor)
Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (Martin McDonagh)

Miglior sceneggiatura non originale
Chiamami col tuo nome (James Ivory)
The Death Of Stalin (Armando Iannucci, Ian Martin, David Schneider)
Film Stars Don’t Die In Liverpool (Matt Greenhalgh)
Molly’s Game (Aaron Sorkin)
Paddington 2 (Simon Farnaby, Paul King)

Miglior film animato
Coco
Loving Vincent
La mia vita da zucchina

Miglior film non in lingua inglese
Elle
Per primo hanno ucciso mio padre
The Handmaiden
Loveless
The Salesman

Miglior documentario
City of Ghosts
I Am Not Your Negro
Icarus
An Inconvenient Sequel
Jane

E anche nella serata dei BAFTA sono state fondamentali le proteste del movimento #metoo, argomento molto importante con molte delle attrici e attori distinti da outfit in nero sfilando sul red carpet come segno di solidarietà alle vittime di molestie sessuali.

Ma come ben saprete ormai il cinema non è il mio unico interesse, ed anche di questo volevo discutere con voi perché tra tantissimi abiti meravigliosi io ho selezionato i miei preferiti per mostrarveli con annessa illustrazione realizzata da me.

Il nero fondamentalmente è un colore classico e molto elegante e come tema della serata se la sono destreggiata tutti sufficientemente bene sia tra uomini che tra donne, ma tra i miei preferiti ho selezionato solo quattro abiti veramente stupendi.

Il primo lo indossava Jennifer Lawrence, con questo splendido abito di Dior ha catturato immediatamente il mio sguardo. Elegantissima con queste spalle scoperte e questo tessuto che cade sinuosamente, uno spettacolo!

Il secondo abito che ho apprezzato è stato quello di Sally Hawkins, che oltre ad avermi incantato sullo schermo lo ha fatto pure sul red carpet, con un abito di Ralph and Russo tempestato di lustrini e quel “vedo non vedo” delle parti in trasparenza illuminava la scena.

Il terzo abito è quello di Kate Mara che ha sfilato davanti ai fotografi con indosso un meraviglioso Dior nero decorato con gonna di tulle e ricami dorati. Lo sapete che apprezzo moltissimo la direzione di Maria Grazia Chiuri e questo abito si accosta meravigliosamente allo stile dell’attrice.

L’ultimo abito che ho adorato per le linee decise e geometriche alternate da decorazioni dorate è stato quello di Lupita Nyong’o in un impeccabile Eliee Saab.

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Cosa ne pensate della mia illustrazione? Ne vorreste vedere altre inserite nei miei articoli? Avete seguito i BAFTA? Cosa ne pensate? Fatemelo sapere in un commento qui sotto.

Come sempre spero che questo articolo vi sia piaciuto, a presto.

G.

Il The Post e le donne.

“La stampa non deve essere a servizio di chi governa, ma da chi viene governato.”

Steven Spielberg proponendo un argomento insolito, rispetto ai capolavori che ha realizzato nella storia del cinema, con questo progetto mi ha catturata già dalla prima inquadratura.

La pellicola racconta la vicenda della pubblicazione dei Pentagon Papers, documenti top secret del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America, prima sul The New York Times e poi sul The Washington Post nel 1971.

Un film lungo, pregno di dialoghi importanti ma comunque ben comprensibili, legato a un evento successo più di 50 anni fa ma ugualmente molto moderno e con un cast di stelle che non avendo mai lavorato insieme trasformano lo scenario del film in qualcosa di unico.

Meryl Streep, raggiante nei suoi 68 anni, si dimostra padrona della scena dando interpretazioni sempre nuove e accompagnando il personaggio che interpreta in una crescita interiore ben tangibile dallo spettatore.

Sta volta proponendo un duetto ben riuscito insieme a Tom Hanks, interpretando un ruolo cinico e forse non così forte in costante richiesta di approvazione, vediamo i due attori sotto una luce diversa dimostrando il reale ruolo che ogni giornalista dovrebbe realmente impersonificare, cercando notizie reali e descrivendole per il pubblico.

Spielberg sta volta, con una regia più posata, non realizza un effettiva denuncia rimanendo fuori dalle parti ma un semplice messaggio rivolto a coloro che dovrebbero svolgere il loro lavoro al meglio, rischiando il tutto per tutto per diventare il tramite della verità.

Un messaggio però più forte che ho percepito è il discorso del ruolo femminile e dell’etica professionale, entrambi caratteri molto importanti specialmente in un ambito in qui il giudizio dovrebbe essere oggettivo e di rado soggettivo.

Il personaggio di Meryl Streep inizialmente appare poco caparbia e decisa nel ruolo di capo di un giornale sufficientemente importante da ricevere informazioni top secret. Ma con l’avanzare degli eventi dimostra la sua vera natura tenace che capovolge gli avvenimenti scommettendo tutto ciò che aveva dimostrando anche a coloro che la ghettizzavano solo per il suo sesso che al contrario fossero loro i deboli.

Il ruolo della donna appare oscurato e messo da parte a causa della apparente debolezza e ignoranza che l’uomo le associa, sottolineando che quando gli altri credono che sei fatto in un certo modo alla fine ci diventi.

Un film con toni grigi e inquadrature bellissime che vi consiglio sicuramente di andare a vedere al cinema.

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Secondo voi potrebbe vincere la statuetta come miglior film questo The Post? Fatemelo sapere qui sotto nei commenti.

Come sempre spero che questo articolo vi sia piaciuto, a presto.

G.

L’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole.

In un periodo storico attanagliato da paure e incertezze, l’Inghilterra schiera il suo eroe salvandola dalla bestia del nazismo.

Melodrammaticismi a parte è difficile poter riassumere un lasso di tempo in cui si concentrano tante disgrazie e momenti di eroismo puro.

Nella seconda guerra mondiale di certo questi episodi non mancano ma se dovessi descrivere ogni istante di quella guerra in ogni stato sottomesso dalla violenza, non mi basterebbe un articolo.

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Invece in questo caso ci concentriamo su un isola capeggiata da un re balbuziente e affiancata da un uomo con un sigaro in bocca.

Questa è l’immagine che ho quando penso all’Inghilterra in quei momenti ma andando a focalizzare il mio pensiero non su quell’uomo ma sul simbolo che adesso ha quel sigaro, come forma di torcia e di ostinata speranza per tutta la durata della guerra, percepisco l’ombra di quello che ha lasciato e L’ora più buia è una traccia tangibile di quel residuo che cambiò le sorti del continente.

Quanti film o documentari avete visto su Winston Churchill? Cosa sapete di lui?

Quello che posso dirvi io è che penso fosse un uomo irrazionale, istintivo e caparbio, oppure semplicemente un vecchio stanco a cui piace bere a cominciare dalla colazione e fumare sigari.

Ma quello che ho imparato di lui, con certezza, è che è stato un uomo che non si è arreso e che non ha abbandonato la sua nazione. Questo a mio parere è il punto cardine del L’ora più buia.

Ora, se dovessimo parlare degli aspetti tecnici del film inizierei a parlarvi, non tanto della regia retorica di Joe Wright o della fotografia eccezionale contraddistinta da giochi di chiaro scuri meravigliosi o dei costumi impeccabili in un atmosfera che ci ricorda che il pacifismo era un lusso irresponsabile nei confronti degli ideali hitleriani, ma di Gary Oldman.

Gary Oldman è il mio Dracula, il mio Siruis Black e il mio Commissario Gordon e dopo questa ennesima pellicola ben riuscita è anche il mio Winston Churchill.

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Un attore che cangia non solo nel proprio aspetto ma anche nella sua profondità interiore regalandoci interpretazioni che tutti ricorderemo nella storia del cinema.

Come sempre spero che questo articolo vi sia piaciuto, a presto.

G.

L’ascesa di Versailles in due stagioni.

Il cinema per me è un forma di comunicazione essenziale e in particolare per trasmettere emozioni o messaggi importanti e tra i miei generi preferiti, prima di tutti, c’è quello in costume.

Essendo un’amante della storia e dell’arte in ugual misura qualsiasi cosa riguardi la ricostruzione di quei periodi storici-artistici, dei loro sfarzi ma anche dei momenti più cupi, mi facilita l’immedesimazione appassionandomi allo studio di essi.

Infatti fu solo grazie a mezzi multimediali (videogiochi e film) che nacque questo mio amore per la cultura perché se fosse dipeso dai libri purtroppo ne sarei rimasta completamente ignorante. Probabilmente è uno dei motivi per cui sono così affezionata alla cinematografia, anche quella romanzata.

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Su Versailles e i suoi sovrani se ne è parlato, scritto e realizzato documentari e videogiochi e ad ogni sua manifestazione ovviamente si ricreare quello sfarzo e splendore, però non condiviso dal popolo francese.

Sta volta Netflix ci regala una lettura di quella che è stata la creazione e gli ostacoli alla costruzione non solo del palazzo ma anche del sistema che il Re Sole ha istituito alla sua corte.

Vi devo fare una confessione perché ogni volta che escono serie in costume la loro autenticità, nel senso di originalità dei contenuti, dipende unicamente dalla produzione. Un esempio palese è quello dei Borgia che ha una notevole differenza tra la produzione europea e quella statunitense che si concentra non tanto sulla veridicità storica ma principalmente sul fattore estetico.

Questo non è il caso di questa nuova serie, e può soltanto essere premiata.

Un altro punto a favore della ripresa è il fatto che abbiano potuto utilizzare come scenografia lo stesso palazzo che utilizzarono re e regine come dimora.

In quanto agli intrighi di corte, nemici nascosti ovunque, impegni di stato pressanti e rapporti familiari complicati, a partire dal segreto della moglie, in procinto di partorire, e dalla rivalità con il fratello Filippo, Duca d’Orlèans, che sperpera le finanze di Luigi tramando contro di lui per sostituirlo sul trono di Francia, il futuro Re Sole si destreggia abilmente su più fronti come un giocatore di scacchi.

Carattere che ricorda la lotta per il potere di Il Trono di Spade.

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Avete visto anche voi Versailles? Cosa ne pensate? Fatemelo sapere in un commento qui sotto.

Come sempre spero che questo articolo vi sia piaciuto, a presto.

G.